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IL PECCATO MI FA RIPOSARE

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giovedì, 31 marzo 2005

FINALE DI COLMO

 “...noi crediamo di vivere nell’oggi; ma l’oggi è nulla o quasi nulla di fronte alla potenza di un passato remotissimo che ci attanaglia e domina i nostri pensieri; un passato dei cui valori segnici abbiamo perduto la conoscenza...” questa frase dell’etnologa Anita Seppilli ha una sua estrema validità anche quando andiamo ad esplorare oggetti a prima vista secondari od accessori. La domanda che ci poniamo è questa:il mercato ha anche tolto la sacralità della forma oltre che la soggettività del singolo? Di fronte a forme ormai rese tristi quale è il confine tra tecnologia e memoria?Alziamo gli occhi verso i tetti ; le falde terminano con un pezzo particolare: il finale di colmo. Elemento da catalogo di fiere eppure ricco di evoluzioni storiche. Queste evoluzioni si sono depositate e sedimentate creando una sovrapposizione di modelli ed immagini che attraversano uno spazio ed un tempo lunghi ed articolati. La storia inizia dalla copertura in argilla in Assiria,Anatolia e Regno Babilonese. Le prime tegole a forma progettata rappresentarono una straordinaria evoluzione; tanto straordinaria che mito e storia si confondono. Dalle prime tegole al finale di colmo il passo non fu immediato. Quando quest’elemento apparve come forma autonoma assunse un valore apotropaico: antefisse ed acroterii semantizzavano la sacralità di uno spazio definendone confine, limite, estremità. Emersero quattro figure fondamentali: il leone, la palmetta, il disco solare, la pinna. Queste quattro figure oscillando tra centralità e marginalità, tra modificazioni ed influssi, sono giunte fino a noi. La figura del leone, forza e regalità, riappare in questi ultimi secoli, salvo la parentesi medioevale quando fu sostituita dal drago. Il motivo della palmetta sembra seguire un filone narrativo che attraversa costante il medioevo e l’ottocento per cristallizzarsi nelle odierne produzioni industriali. Il disco solare,con la sua modularità basata sui numeri vitruviani, ha lasciato tracce appena visibili. Il motivo della pinna ha subito una strana sorte: da elemento per la chiusura dei finali nei templi greci classici ad effimero supporto tecnico moderno. Metamorfosi figurativa giunta fino a noi attraverso un sistema di segni, opera aperta perennemente rielaborata, che è il mito.

 

 

 

 

 

 

 

 

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categorie: saggio
giovedì, 24 marzo 2005

DANZA MACABRA

Pallida mors aequo pulsat pede pauperum tabernas Regumque turres, scrive Orazio (Liber primus,4,vv.13-14), ponendo fine alle differenze, alle classi, alle aspirazioni di chi non vuol coglierne l’ineluttabilità. Ma questi versi, sono forse il primo accenno alle danze di morte che si svilupparono, in seguito in Europa, a partire dal secolo XIV. La danza macabra, ha avuto episodi artisticamente importanti che vanno dall'affresco del palermitano Palazzo Sclafani a quello di Minden in Westfalia; dai cimiteri degli Innocenti a Parigi a quelle dei Frati Domenicani a Basilea. In Italia, il panorama è completato dalle danze macabre di Clusone, Pinzolo, Carisolo e, su tutte, la forza espressiva del "Maestro del Trionfo della Morte " nel Camposanto di Pisa in cui troviamo una serie di figure: la falce, il pastorale, lo scettro, la freccia, la croce. Nell’iconografia della morte, diffusa per lo più nel nord Europa, uno scheletro tiene in una mano la falce che, con sicuro gesto, taglia la vita come fosse grano, mentre l’altra mano è occupata dalla clessidra del tempo. Il pastorale, il bastone pastorale del Vescovo, è un oggetto di antichissime origini e la sua immagine simbolica nei geroglifici egiziani, indicava il comando. Deriva dal concetto di asse del mondo (alto e basso, cielo e terra) così come la bacchetta dello sciamano. Ma il pastorale termina con un inizio di spirale: è l'unione tra la verga di Aronne ed il serpente nel quale si tramutò davanti al Faraone (Esodo,VII, 8-13). Anche lo scettro è simbolo dell'asse ( lo stesso sovrano collocato tra il cielo ed i sudditi ) e per i re occidentali è la colonna del mondo, spesso unita alla corona ed al globo segnato dai cerchi e dalla croce. La freccia è raggio solare, il rinnovamento, la fecondità. Sarebbe più corretto parlare di saetta anche perchè l'etimologia derivante dal tedesco "fliegen" ( colei che vola), è troppo riduttiva rispetto alla parola latina così pregnante di mitologia. Ad una tale rappresentazione si potrebbe aggiungere una delle Lamentazioni di Geremia (III, 12-13):

"Egli tese l'arco e mi prese di mira

quale bersaglio delle sue saette.

M'infisse le sue frecce nei reni,

gli strali pungenti della sua faretra."

E' Dio con la sua faretra, come verrà rappresentato nel secolo XII. La croce è il simbolo universale che si trasforma nell' esperienza spirituale di accesso al sacro. Troviamo la croce in Egitto, nella civiltà dell' Indo, nella tradizione buddista, nel mondo precolombiano e nel mondo cristiano. Tutto riunisce e compendia: il centro, le direzioni dello spazio, l'unione della verticalità con l'orizzontalità, l'unità del cosmo e nel contempo la mappa mentale per orientarsi nel cosmo stesso. L' "axis mundi" è l'uomo eretto a congiungere la terra al trascendente. Attraverso l'atto di orientarsi tra alto e basso, l'uomo acquista coscienza di sè e del mondo, della creazione e della sua caducità e diventa consapevole dell' inesorabilità naturale della morte alla quale riconosce un' imparzialità non priva di fascino.  E' questo il legame profondo tra la coscienza moderna e le rappresentazioni macabre. Ingmar Bergman rappresenta così la danza macabra nel film Il settimo sigillo:

JOF:  E la Morte , severa Signora, li invita a una danza. Dice loro di tenersi per mano ed ora essi devono intessere la danza in una lunga fila. E prima avanza la Morte con la sua falce e la clessidra, e all'altro capo ciondola Skat con la sua lira. Si allontanano dall'alba danzando: è una danza solenne verso le terre buie, mentre la pioggia lava loro la faccia e scioglie il sale delle lacrime sulle loro guance.

MIA : Tu, con le tue visioni e i tuoi sogni!

L'attore Skat volge le spalle alla morte e non vuole staccarsi dalla sua lira (uno dei pochi simboli permessi ai cristiani): l'arte come unica ed ultima speranza.

 

 

 

 

 

 

  

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categorie: saggio
mercoledì, 23 marzo 2005

Via dei Marsi 58

Pochi giorni fa, a Roma, passando per San Lorenzo, ho alzato gli occhi ed ho letto 58. Ero al civico 58 di via dei Marsi. All’improvviso, la memoria si è allargata come una visione: ero davanti alla prima “Casa dei Bambini” di Maria Montessori. Il 6 gennaio del 1907,  varcavano quella soglia, cinquanta bambini poveri e poverissimi, figli di quei proletari che abitavano l’allora quartiere operaio. Nella scuola, avrebbero ricevuto ben tre pasti, una vera manna dal cielo, perché quella dottoressa, anzi, la prima donna laureata in medicina nella storia italiana, aveva capito che la deficienza mentale è più un problema pedagogico che medico e, senza una teoria preesistente di formazione, ma seguendo i “dettami interni del bambino”,  si era avvicinata a loro perché sapeva che “presso il bambino si trova il destino del futuro”.
Che strano destino, invece il suo, determinato dalla sua consapevolezza, più che dal caso e quanta attualità femminile nelle sue scelte.
Maria era nata a Chiaravalle, il 31 agosto del 1870. Suo padre, Alessandro, era un funzionario governativo di quell’Italia appena unificata. Un vero signore di vecchio stampo: conservatore e con abitudini militari, dato che in gioventù era stato un soldato. Renilde Stoppani, sua madre, appassionata patriota, ricca e molto istruita, aveva voluto sposare in primavera, il baffuto signore più grande di lei di otto anni. Una vita tranquilla di provincia, per lo meno così sembrava, ma quella figlia, così vivace e intelligente, l’avrebbe messa spesso in contrasto con il marito. Nel 1875, Alessandro Montessori viene trasferito a Roma e così tutta la famiglia incontra la grande città, anzi la ancor fresca capitale d’Italia.
Maria è una ragazza gioiosa ma determinata, tanto che a 13 anni, con l’aiuto della madre, riesce a vincere le riluttanze paterne e iscriversi alla Regia Scuola Tecnica Michelangelo Buonarroti, per seguire gli studi di ingegneria. Dopo sette anni, però, l’interrompe e decide di andare alla facoltà di medicina.
Caos nel mondo accademico, contrasti, pregiudizi. Medicina non è facoltà per una donna, figuriamoci! Corpi, anatomia, palpazioni e toccamenti. Ma la ragazza è testarda e la madre altrettanto e alla fine pare intervenga anche papa Leone XIII per favorirne l’accesso. Così, nel 1896, con tesi di laurea in psichiatria, si laurea a ventisei anni con 105/110 e appena un mese dopo, è la rappresentante italiana in un congresso internazionale di donne a Berlino.
Maria Montessori è certamente una femminista ante litteram, sia per le sue idee che per lo stile di vita. Diventata assistente chirurgo all’ospedale Santo Spirito di Roma, lavora con passione con bambini handicappati, dimostrando come in certi “posti misteriosi del cervello c’è un dio addormentato che viene svegliato dalla musica della voce umana. Una chiamata divina regolata dalle fibbre della vibrazione”.
Profondamente credente, Maria non delega però i suoi sentimenti al conformismo cattolico e vive, more uxorio, un’appassionata storia d’amore con un collega, Giuseppe Montesano. E’ difficile sfidare la morale corrente, i pregiudizi, ma loro sono forti, si amano, si rispettano e pur mantenendo un grande riserbo e una grande discrezione, decidono di far nascere il loro figlio, Mario, pur promettendosi, reciprocamente, di non sposare mai un’altra persona. Ma gli uomini, si sa, sono meno coraggiosi e Giuseppe abbandona la partita e sposa una donna più tranquilla.
Sono convinta che senza Mario, non ci sarebbe stato quello che chiamiamo oggi, il metodo Montessori, ma quando nasce, nel 1898, Maria è fragile e si lascia convincere dalla madre e da un prozio prete, Antonio Stoppani, a non tenere accanto a sé il bambino. Mario viene affidato ad una famiglia che abita nella campagna romana e successivamente vivrà in collegio. Per lunghi anni riceverà la visita di una signora gentile senza sapere che è sua madre, mentre lei, Maria, cercherà di liberare il suo e gli altri bambini che “sono nascosti dal mantello della maternità”, perché ogni bambino “alla nascita si libera da una prigione, il corpo della madre e realizza la propria indipendenza dalle funzioni della madre”.
Siamo di fronte ad una donna, una madre, una scienziata che cerca l’equilibrio tra spirituale e scientifico, che non vive la maternità come possesso, perché “la vita è una dea stupenda” e nel neonato va rispettato “l’embrione spiritoso”.
Così, la mamma-scienziata, costruisce “l’ambiente preparato” in modo che la “mente assorbente” del bambino possa esplorare sensorialmente, dalla nascita fino a sei anni ciò che lo circonda e, successivamente, fino a 12 anni, possa essere “esploratore del ragionamento” e poi ancora e poi ancora, in un metodo educativo che parte dalla mano e arriva alla mente, per assecondare il bambino ad “effettuare la propria funzione nel mondo”.
Maria Montessori li vedeva nei banchi come “farfalle su uno spiedo” e la sua scuola di via dei Marsi 58, era un continuo frullare di ali in esplorazione protetta. Musica, arte, movimento, dramma, narrazione, mentre l’innata abilità del bambino si sviluppava attraverso i materiali ormai noti, strisce colorate, puzzle di carta vetrata per mettere in risalto la tattilità, che Maria inventava con amore per i figli del mondo.
Dopo sei mesi dall’apertura della scuola, pedagogisti e scienziati accorsero da tutto il mondo, per vedere questi bambini che a 3 o 4 anni cominciavano a leggere e a scrivere spontaneamente. Venivano a studiare il miracolo dell’autoeducazione, con i bambini più grandi che insegnavano a quelli più piccoli, che facevano meditazione attraverso il gioco del silenzio, che si autodisciplinavano scoprendo la gioia di esistere. La mente assorbente passava più facilmente attraverso la botanica, la zoologia, la matematica, piuttosto che le lettere e la scrittura e “la comune agricola di funzionamento” forniva l’unità per l’istruzione di multi-età.
“La disciplina deve venire con la libertà…Non consideriamo un individuo disciplinato quando è stato reso artificialmente silenzioso come muto ed immobile come paralitico. E’ annichilito, non disciplinato”.
Il paradigma nella formazione era stato cambiato per sempre da una scienziata, non da un’insegnante che, quando fu il momento, faticò non poco a raccontare a suo figlio la bontà delle sue scelte.
Freud, Gandhi, Piaget, Steiner e tante altre belle anime dell’epoca guardavano con stupore e ammirazione  alla dottoressa italiana e anche Benito Mussolini. Ma dopo un inizio di miele, al rifiuto di Maria di trasformare in soldati i bambini, arrivò nel 1933 la rottura e l’esilio. I suoi libri vennero bruciati in Italia e in Germania. Il “bambino padre dell’uomo” non poteva essere accettato da menti così poco assorbenti, mentre la pace e l’educazione cosmica di Maria Montessori continuano a essere scintille nelle sue scuole sparse in tutto il mondo. Maria venne candidata ben tre volte come nobel per la pace, ebbe onori e riconoscimenti e suo figlio. Mario continuò la sua opera e le dette quattro nipoti: Marilena, Mario junior, Renilde e Rolando. Dopo tanti viaggi, più o meno forzati e anche la prigione in India, la dottoressa che amava  tanto la cucina e il cucito, lasciò questa vita a Noordwijk in Olanda all’età di 82 anni, dopo aver sostenuto tutto quello che c’è di buono, effettuando “la propria funzione nel mondo” e facendoci scoprire “il bambino maestro di pace”.
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categorie: saggio
martedì, 22 marzo 2005

Snobismo giapponese

Il filosofo russo Alexander Kojeve, morto nel '68, divenne noto per i suoi seminari su Hegel a Parigi negli anni '30. Il suo pensiero originalissimo si concentrava sulla fine della storia che coincide con il venir del lavoro e dellala politica, quando, cioè, non c'è più soggettività assoluta tra lavoro umano e natura perchè abbiamo perso con il mercato capitalistico, le qualità che ci facevano,  homo faber . L'uomo è precipitato nella condizione delle altre specie, sottoposto quindi agli imprevisti dell'ambiente. Kojeve distingueva due modi di esistere dopo la storia: la "nuova animalità" dell'american life o della società sovietica in cui cessa l'aspirazione alla felicità e subentra la contentezza, nel senso proprio di contentarsi, in cui il logos degrada fino a somigliare ad un codice senza più la capacità di potenzialità indefinita dell'essere umano , fino a somigliare ad un catalogo chiuso di atti sincronizzati già compiuti e camuffati da potenzialità e un altro modo che ha chiamato  dello "snobismo giapponese" dove, anche se non c'è  più lavoro e politica, rimane però il contrasto tra le forme dell'agire e i contenuti dell'agire (leggi cerimonia del tè o teatro no) che non è storico, ma umano ed ogni gesto evoca un poter fare che non si esaurisce mai nel gesto. In questo modo la condizione di poter fare rimane, al di là della fine della storia. Il carattere iperstorico dello snobismo giapponese, con l'assenza che è potenzialità ed è un ingrediente della realtà  e che,  tra il "non ora"  e "adesso", mostra  la radice del tempo storico,  e l'iperstorico diventa la prassi umana che interviene sulle condizioni che rendono in generale umana la prassi, diventando un atto di potenzialità del presente. In questo frammento di spazio,  secondo il pensiero giapponese, si esplica una sensibilità particolare, il ma, il vuoto che ci consente di essere al di là degli accadimenti.

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categorie: saggio
lunedì, 21 marzo 2005

Bonobo

Cosa succederebbe se il sesso diventasse la chiave dell'intera nostra vita sociale?  Forse un po’ lo possiamo intuire osservando dei nostri cugini in evoluzione, i Bonobo che condividono con noi più del 98% del patrimonio genetico. Otto milioni di anni fa,  avvenne la separazione evolutiva tra noi e gli scimpanzè e i bonobo: umani e scimpanzè  svilupparono uno dei tre bisogni ecologici, l’aggressività che comprende anche la sessualità,  in maniera violenta  affermando il potere maschile. I bonobo, al contrario, sfogano l’aggressività in continue pratiche sessuali e arrivano così alla risoluzione del conflitto. Così come uomo e scimpanzè, gonfiano il petto e urlano spaventosamente al rivale in cibo, accoppiamento, territorio: il bonobo che vive in Congo nella regione forestale di Lomako, davanti ad un rivale etero o omosessuale, scambia contatti sessuali, si rilassa e consuma il cibo insieme all’altro. Il nostro cugino utilizza culturalmente il sesso per sciogliere le tensioni, per evitare i conflitti. Racconta Frans de Waal, in “La scimmia e l'arte del sushi”, Garzanti, 2003:  “Ci sono almeno due ragioni per credere che l'attività sessuale sia la strategia del bonobo per evitare conflitti. Innanzi tutto, qualunque cosa, e non solo il cibo, che risvegli contemporaneamente l'interesse di più di un individuo,  va a sfociare in un contatto sessuale. Se due bonobo si avvicinano a una scatola di cartone che è stata gettata nel loro recinto, si montano  velocemente prima di cominciare a giocarci. Tali situazioni portano a liti rumorose nella maggior parte delle altre specie. Ma i bonobo sono piuttosto tolleranti, forse perché usano il sesso per distrarre l'attenzione e sciogliere le tensioni. In secondo luogo, il sesso si manifesta spesso tra i bonobo in contesti aggressivi che nulla hanno a che fare con il cibo. Un maschio geloso può cacciarne via un altro dalle vicinanze di una femmina, ma poi i due maschi si riavvicinano e si strofinano i testicoli. Oppure, dopo che una femmina ha aggredito un piccolo, la madre di questo può minacciare l'importuna, e questa azione è immediatamente seguita da uno strofinamento genitale tra le due adulte. Mi è capitato di osservare un piccolo maschio, Kako, che bloccava
involontariamente la strada a una femmina adolescente un po' più grande di lui, Leslie, impedendole di muoversi lungo un ramo. Leslie cominciò a spingerlo; Kako, che non si sentiva molto sicuro sugli alberi, rafforzava la presa, facendo smorfie di nervosismo. Leslie cominciò allora a mordicchiargli la mano, probabilmente per allentare la presa; Kako lanciò un verso acuto e rimase immobile. Alla fine, Leslie strofinò la sua vulva contro le spalle di lui; questo gesto sembrò calmarlo, e lui cominciò a muoversi lungo il ramo. Era come se Lesile fosse andata molto vicina a usare la violenza, ma avesse invece rassicurato se stessa e l'altro attraverso un contatto sessuale.”
Provo ad immaginare il politico che strofina i suoi genitali con quelli del terrorista, il religioso e lo scienziato che intrecciano i loro peni mentre penzolano dagli alberi e il sindacalista e il dirigente che si baciano in bocca dopo un contenzioso. Il fatto è che questo mammifero elegante, che gioca, che emette suoni bellissimi, vede le femmine dominanti nella vita sociale. Identificato nel 1929 dall’anatomista belga Ernst Schwarz, il Pan Paniscus, il Piccolo Pan, mise in imbarazzo gli scienziati quando si accorsero che questi parenti prossimi, come noi, facevano sesso praticamente in tutte le posizioni. Un vero e proprio kamasutra integrante e costituente le relazioni sociali e i più giovani  apprendevano osservando gli altri da vicino, e imitando ogni loro mossa.
“ I bonobo – ha scritto Lisa Maccari - fanno sesso per capirsi, per consolarsi, per far pace dopo un litigio, per rilassarsi dopo un'impresa faticosa; fanno sesso anche senza arrivare ai rapporti completi, inventandosi una gamma incredibilmente fantasiosa di giochi erotici e carezze audaci; lo fanno sia eterosessuale sia omosessuale, in coppia, da soli o in gruppo; lo fanno per incoraggiamento, per amicizia, o per gioco. I maschi stemperano con gesti e contatti erotici la tentazione di aggredirsi e di competere tra loro; le femmine cementano con abbracci e strofinamenti molto espliciti i loro forti legami di sorellanza morale, che sono alla base dell'equilibrio del gruppo. Tra i bonobo, nessun maschio è sicuro di quali siano i figli propri; nessun maschio, quindi, aggredisce o molesta i piccoli, e tutti sono disposti ad aiutare e a difendere qualunque cucciolo del gruppo. Maschi e femmine si muovono insieme, in assoluta parità, formando piccoli gruppi per andarsene in cerca di cibo durante il giorno; poi si riuniscono per passare la notte tutti vicini, su rifugi costruiti sugli alberi, in una grande comunità che può contare anche più di cento individui. Se due gruppi diversi si incontrano e puntano allo stesso albero da frutta, invece di combattersi si accolgono e fanno amicizia attraverso contatti sessuali, e poi si spartiscono il cibo in pace. Non si vuol dire che i bonobo non litighino mai: ma lo slancio fortissimo verso la collaborazione e la condivisione delle risorse riesce sempre a smorzare ogni scontro, e a evitare che gli screzi degenerino in modo cruento”. La promiscuità  diventa una forma di controllo delle nascite e le femmine, per evitare eccessi di consanguineità emigrano in altri gruppi dopo la pubertà, mentre i figli maschi mantengono per tutta la vita un rapporto stretto con la madre.
Naturalmente i bonobo, come conclusero, nel 1954, i primatologi Eduard Tratz e Heinz Heck,  si accoppiano non more canum, ma more hominum, ma fino a quel momento guardarsi negli occhi nella copula era considerata un’esclusiva culturale della specie umana.
 
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categorie: saggio
sabato, 19 marzo 2005

  CUCCHIAIO                              

Il casuale rinvenimento, sotto un pavimento, di un cucchiaio in legno, durante il restauro di un palazzo signorile, ci ha intrigato più degli affreschi cinquecenteschi rinvenuti e da qui è partita una ricerca iconografica molto estesa che ha riguardato sia la civiltà occidentale che altre civiltà più lontane dalle nostre, fino a sfiorare il mondo onirico di Salvador Dalì.

Inoltre ci è sorta una curiosità: se esista o meno una giustezza, una garbatezza per un cucchiaio in legno, una cucchiaiosità perfetta.
Il primo cucchiaio dell'uomo fu una conchiglia. Nel Medioevo e nel Rinascimento il coltello veniva utilizzato a tavola per tagliare ed infilzare i bocconi. Nelle arti figurative, quali l'affresco e la pittura, si nota l'assenza di cucchiai sulle tavole imbandite (Ultime Cene, scene conviviali e di genere); rare sono anche le "forcine" a due rebbi utilizzate solo per la frutta candita e la mostarda e considerate comunque una stranezza... Il cucchiaio era legato alla tradizione contadina e come tale non poteva essere presentato su una tavola nobile dove si serviva la carne su pezzi di pane da portare alla bocca direttamente con le mani.
Si diffusero a partire dal Medioevo testi di buona creanza a tavola e ricettari, oggi documenti imprescindibili per la conoscenza delle abitudini culinarie di allora..La zuppa era il cibo dei poveri, dei contadini, la carne era lusso di pochi e distingueva le classi sociali così come le distingueva l'abito: i colli molto pronunciati o le abbondanti maniche per le classi più agiate e la stoffa grezza delle camiciole con i lacci per il lavoro nei campi dei contadini. Scandaloso era considerato perciò il possedere cucchiai, simboli di una cultura povera, di contadini e viandanti.. In origine il cucchiaio non aveva la destinazione odierna. Il cochlearium era un "uovaruolo", con lungo manico orizzontale e con una punta che serviva a staccare le chiocciole dal guscio e ostriche ed altri molluschi dalla conchiglia. Il moderno cucchiaio da minestra deriva da una sorta di cucchiaio adoperato nell'antica Roma la ligula, mentre abitualmente ogni sostanza liquida veniva sorbita direttamente dalla ciotola.. Il cucchiaio da bocca è menzionato la prima volta nel VI secolo nel testamento di S. Remigio, arcivescovo di Reims, morto nel 533. Sono qui nominati cucchiai piccoli e grandi quasi si trattasse di un tesoro. Santa Radegonda, principessa, assisteva i malati imboccandoli con un cucchiaio. Tipologie, materiali, forme e dimensioni subirono sempre l'influenza sia del genere di alimentazione sia delle mode vigenti.
Così ad esempio nel '500 l'abbigliamento  indusse a costruire cucchiai dal manico molto lungo. Inizialmente in pietra, osso e legno il cucchiaio fece la sua comparsa sulle tavole europee con la cucina contadina e gli alimenti liquidi, quando la cucchiaja di legno era già diffusa tra le popolazioni montanare. Dal secolo XVII forchette e cucchiai furono sempre più frequenti fino a divenire una grande specializzazione dell'oreficeria.
Successivamente abbiamo proceduto al rilievo preciso di una serie di cucchiai in legno individuando alcune costanti : la vaschetta vera e propria, il volume della vaschetta vera e propria, i suoi assi, la lunghezza totale del cucchiaio. Inoltre non riuscivamo a credere che l'etimologia della parola (conchiglia) fosse estranea al discorso tipologico, ovvero che la spirale logaritmica (la conchiglia come forma) di Fra' Luca Pacioli e conseguentemente la sezione aurea non entrasse nell'equilibrio ergonomico dell'oggetto, ovvero, tanto più l’equazione si avvicina al valore della sezione aurea, tanto più il cucchiaio tende a raggiungere una cucchiaiosità
 La formula è stata verificata su vari tipi di cucchiai. 
 
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categorie: saggio
venerdì, 18 marzo 2005

Palio di Siena

Il “Corriere di Siena” titolava: Palio, il cuore batte forte, sentivo di non doverci andare per l’ennesima volta, eppure ero di nuovo lì. In Duomo il drappellone dipinto da Igor Mitoraj mi aveva inquietato; mi aspettavo un respiro classico di speranza, un senso atemporale di quiete mentre vedevo una Madonna dolente, un’icona bizantina con il viso triste leggermente reclinato con davanti figure senza volto, anzi con il volto tirato allo spasimo come nei quadri di Bacon. Ho avuto un malessere, un presentimento, volevo andar via. Per due volte sono tornato alla macchina, per due volte sono tornato indietro. Forse, pensavo, è tutto scritto ed attendevo l’epifania del giorno in una folla dove la presenza fastidiosa di troppa polizia mi appariva come inevitabile contorno. Alla partenza mi sono messo dietro il mossiere.

Riuscivo a vedere la partenza, il canape teso allo spasimo. Silenzio da brividi poi tre minuti di boato. Il cavallo Amoroso (forse lo era stato veramente nei suoi otto anni di vita) è a terra nell’urlo di Guernica di Picasso. La bocca schiumante. Nella curva è stato ucciso da un ferro che delimita. Colpito secco alla testa nella febbre della corsa, quella testa che è il cavallo: quella testa di Paolo Uccello nelle battaglie di San Romano, quella testa del fregio del Partenone,quella testa pensierosa dipinta da Andrea  Mantegna. Due uomini lo tirano per la coda,che osceno gesto,  mentre ancora rantola ma viene calpestato dai suoi stessi compagni di destino. Gli zoccoli non sentono il tufo della piazza ma viscere calde. Odore di morte. Amoroso era diventato, compianto dalla Vergine di Mitoraj, il cavallo di Federico Garcia Lorca:

Ma attente, ragazze,

perché quando morirò

vi rapirò  una dietro l’altra

sul mio cavallo di nebbia.

Amoroso, coperto da un lenzuolo, era già nebbia.

 

 

 

 

 

 

 

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categorie: saggio
giovedì, 17 marzo 2005

                                                                                 CUORE SACRO

                                                                                         L’odore sale spesso di spezie dalla finestra chiusa ad altezza asfalto. Sembrerebbe uno scantinato deserto, ma è abitato e qualcuno sta preparando il pranzo. Cucina cingalese, bengali o indiana? Com’è la vita domestica degli extracomunitari nella capitale? Ci sono tante inchieste, statistiche, servizi giornalistici che raccontano e descrivono queste realtà fatte di lunghi viaggi in navi clandestine di persone stipate fino all’inverosimile che poi, finalmente, affrontano il benessere dell’occidente, ma “Cuore Sacro” di Ferzan Ozpetek , racconta la miseria dei ricchi, dei privilegiati, in una Roma filmata dal basso che guarda negli occhi i derelitti nostrani, privati di qualcosa che non ha solo a che fare con il reddito, ma con la profondità del senso della vita, con quel cuore sacro che rimane troppo spesso mascherato e offuscato dall’altro, quello apparente, quello conforme alle regole e che ingoia vite e anime. E’ un film sconcertante, ma non onirico, l’ultimo lavoro del regista turco, sospeso tra realtà quotidiana ed energie impalpabili, filamenti sottili che uniscono mondo dei vivi e mondo dei morti, in una continuità che consente di guardare dentro di noi con riconquistata innocenza e che ci riporta all’archetipo della Grande Dea Madre.

La manager triste, la zia avida e la zia che ha scelto il conforto della follia, la bambina ermetica e spontanea, la madre segregata o quella derelitta, la segretaria, la psicologa: tutte donne in cerca di se stesse, costrette a vivere un mondo apparente, riduttivo, fatto di sottrazioni piuttosto che di realizzazioni, non sono mai, però, deboli.

Gli uomini, al contrario, come il prete, il presunto assassino e il custode, vivono un disagio più grande di loro, vivono la debolezza consapevole di essere stati loro ad imprigionare la vita in un progetto assurdo di malessere, di infelicità, di nulla che nulla ha a che fare con il cuore sacro che scandisce il non tempo della vita.

Alla miseria, all’aria soffocata da milioni di automobili che invadono ogni spazio fisico e mentale, alla dissociazione di corpi mutilati, Ferzan Ozpetek  fa riscoprire la ricchezza che fa battere il cuore sacro e seduce, nella sua nudità, tanto da essere assolta.

La Grande Madre Dea, fa solo doni: male e bene si perdono nelle viscere di ciascuno, così come un’esistenza passa alla morte e questa alla vita in un continuum che è energia ma, di fronte alla nostra vergogna, di fronte all’eccesso della nostra crudeltà che affama l’80% della popolazione mondiale, ci si può spogliare.

E’ un uomo, un santo, un realizzato, San Francesco, che ha iniziato questa liberazione, questo cambiamento antropologico che esplicitamente ha ispirato il regista. Un debole, che però dialoga con il potere centrale, inerme ma capace di assaporare lo splendore di Sorella Luna e Frate Sole. Una debolezza che ha luminescenza, non solo passività e che arricchisce e sposta l’attenzione su uno sguardo, piuttosto che su una speculazione che cerca di impossessarsi del cuore sacro.  Possiamo essere fantasmi addormentati di un progresso brutale in perenne guerra preventiva o fantasmi che riconoscono l’altro come uguale proprio perché è diverso.

Per alcuni è un fluttuare nel tempo del sogno, ma tutti nel film di Ozpetek, hanno perso il corpo, non c’è un amplesso, non un bacio, e tutto rimane sospeso nella scoperta del cuore sacro che batte in ciascuno di noi.

 

 

 

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categorie: saggio