vivere quella personale dimensione in cui la forma è vuoto e il vuoto è forma


FORUGH FARROKHZAD
il mio amato
Il mio amato
con quel corpo nudo sfrontato
stava come la morte
sulle sue gambe possenti.
Impazienti linee curve
seguivano
i suoi lombi ribelli
nei loro disegni fermi.
Il mio amato
sembra perso da generazioni
come un tartaro
nel costante agguato di un cavaliere
nell’abisso dei suoi occhi.
O un berbero
trafitto dal sangue caldo di una preghiera
nel fresco bagliore dei suoi denti.
Il mio amato
come la natura
ha un franco ineluttabile concetto
approva
l’onesta legge del potere
con il mio fallimento.
E’ selvaggiamente libero
come un sano istinto
nelle profondità di un’isola deserta.
Toglie
dalle scarpe la polvere delle strade
con i brandelli della tenda di Majnun.
Il mio amato
sembra sia stato straniero
dall’inizio della sua esistenza
come un dio in un tempio nepalese.
E’ un uomo dei secoli passati
una reminiscenza della bellezza originaria.
Nel suo spazio
come nel profumo dell’infanzia
costantemente risveglia
memorie innocenti.
E’ come un’allegra canzone popolare
piena di barbarie e nudità.
Ama sinceramente
le particelle della vita
le particelle della polvere
il dolore dell’Uomo
il dolore puro.
Ama sinceramente
un vicolo fiorito del villaggio
un albero
un gelato
una corda da bucato.
Il mio amato
è un uomo semplice.
Un uomo semplice che io
ho nascosto
nella spaventosa regione delle meraviglie
in mezzo alla macchia dei miei seni
come l’ultimo segno di una religione felice.
FORUGH FARROKHZAD (1934-1967)
Marceline Desbordes Valmore
Quand’egli impallidì una sera e la voce tremante
sul nascere d’un suono si spense all’improvviso;
quando i suoi occhi alzando la palpebra bruciante
mi presero d’un male da cui lo pensai preso;
quando i suoi tratti più struggenti, ardore
d’un fuoco che non può mai declinare
mi si impressero vivi in fondo al cuore,
lui non amava: ero io ad amare.
Marceline Desbordes Valmore (1786-1859)
LOUISE LABE'

Da che m’avvelenò crudele Amore
la prima volta il petto col suo fuoco,
sempre io arsi al suo furor divino
che non un giorno abbandonò il mio cuore.
Qual sia fatica,e molte me ne diede,
qual sia minaccia e prossima rovina,
o idea di morte che di tutto è fine,
di nulla il cuore acceso si sorprese.
Più l’Amore ci assale duramente
e più ci fa raccogliere le forze
e sempre freschi alle sue lotte rende:
ma non perché ci vuole favorire,
lui che disprezza uomini e Divini,
ma per parer più forte contro i forti.
Louise Labé (1524-1566)

Ascoltami rivivere nei boschi


