vivere quella personale dimensione in cui la forma è vuoto e il vuoto è forma

-Che strano!-disse la ragazza avanzando cautamente.- Che porta pesante!-Così dicendo la toccò, e si chiuse improvvisamente, con un tonfo.
-Mio Dio!-disse l’uomo.- Mi sembra che all’interno sia priva di serratura. Ci ha chiusi dentro tutti e due!
- Tutti e due no . Uno solo- disse la ragazza.
Passò attraverso la porta e scomparve.
È in “Racconti brevi e straordinari” di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares


Tosca
Il tuo sangue o il mio amore
volea... Fur vani scongiuri e pianti.
Invan, pazza d'orror,
alla Madonna mi volsi e ai Santi...
L'empio mostro dicea: già nei
cieli il patibol le braccia leva!
Rullavano i tamburi...
Rideva, l'empio mostro... rideva...
già la sua preda pronto a ghermir!
"Sei mia!" - Sì. - Alla sua brama
mi promisi. Lì presso
luccicava una lama...
Ei scrisse il foglio liberator,
venne all'orrendo amplesso...
Io quella lama gli piantai nel cor.
Cavaradossi
Tu!?... di tua man l'uccidesti? - tu pia,
tu benigna, - e per me!
Tosca
N'ebbi le man
tutte lorde di sangue!
Cavaradossi
O dolci mani mansuete e pure,
o mani elette a bell'opre e pietose,
a carezzar fanciulli, a coglier rose,
a pregar, giunte, per le sventure,
dunque in voi, fatte dall'amor secure,
giustizia le sue sacre armi depose?
Voi deste morte, o man vittoriose,
o dolci mani mansuete e pure!...
Tosca
Senti... l'ora è vicina; io già raccolsi
oro e gioielli... una vettura è pronta.
Ma prima... ridi amor... prima sarai
fucilato - per finta - ad armi scariche...
Simulato supplizio. Al colpo... cadi.
I soldati sen vanno... - e noi siam salvi!
Poscia a Civitavecchia... una tartana...
e via pel mar!
Cavaradossi
Liberi!
Tosca
Chi si duole
in terra più? Senti effluvi di rose?!...
Non ti par che le cose
aspettan tutte innamorate il sole?...
Cavaradossi
Amaro sol per te m'era morire,
da te la vita prende ogni splendore,
all'esser mio la gioia ed il desire
nascon di te, come di fiamma ardore.
Io folgorare i cieli e scolorire
vedrò nell'occhio tuo rivelatore,
e la beltà delle cose più mire
avrà sol da te voce e colore.
Tosca
Amor che seppe a te vita serbare,
ci sarà guida in terra, e in mar
nocchier... e vago farà il mondo riguardare.
Finché congiunti alle celesti sfere
dileguerem, siccome alte sul mare
a sol cadente, nuvole leggere!...
E non giungono...Bada!... al colpo egli è mestiere
che tu subito cada...
Cavaradossi
Non temere
che cadrò sul momento - e al naturale.
Tosca
Ma stammi attento - di non farti male!
Con scenica scienza
io saprei la movenza...
Cavaradossi
Parlami ancora come dianzi parlavi,
è così dolce il suon della tua voce!
Tosca
Uniti ed esulanti
diffonderem pel mondo i nostri amori,
armonie di colori...
Cavaradossi
Armonie di canti diffonderem!
Tosca e Cavaradossi
Trionfal, di nova speme
l'anima freme in celestial
crescente ardor.
Ed in armonico vol
già l'anima va
all'estasi d'amor.
Tosca
Gli occhi ti chiuderò con mille baci
e mille ti dirò nomi d'amor.
Quando vi sembra che io sia lì con voi,
intento a un lavoro o a un pensiero,
magari invece sto correndo
su un prato lucido di pioggia.
Quando vi sembra che io sia una vallata
profonda e piena di cose della terra,
forse al contrario sono una montagna
in pieno slancio verso cose alte.
Quando vi sembra che io sia un mezzogiorno
ruggente e pieno di luce,
può darsi invece che io sia
ombra e crepuscolo.
Quando vi sembra che io sia per sempre,
chissà che non sia quello,
il mio ultimo istante.
Canto del popolo Navajo
Francisco de Zurbarán

L’opera di questa sera piovosa è stata dipinta nel 1628 da Francisco de Zurbarán pittore nato nel 1598 vicino Badajoz, figlio di un commerciante basco.
E’ un olio su tela di dimensioni 120 X 103 cm ed è conservato ad Hartford , Connecticut nel Wadsworth Atheneum.
Amo particolarmente questo autore capace di giocare e sottomettere la luce fino a trasformarla in un’entità autonoma vera protagonista di opere quasi irreali permeate di contrasti, squarci luminosi, tagli drammatici, bianchi accecanti e gialli squillanti in composizioni ricche di movimenti, di gesti inquieti, di posture vibranti e quasi sospese come in un fra-mondo.
Dopo un apprendistato a Siviglia inizia nel 1616 (quindi a diciotto anni) con le prime opere di carattere religioso. Dopo alcuni decenni di lavori in tutta la Spagna, Zurbarán nel 1640 entra in una vera crisi esistenziale causata probabilmente da ragioni interiori unite all’ingresso clamoroso nella scena artistica spagnola del Murillo. La crisi si riflette nelle sue opere che si fanno scarse e meno autonome intellettualmente. Nel 1658 è alla corte di Madrid aiutato dal Velásquez ma ciò non contribuisce a farlo uscire dal suo isolamento. Isolato come le sue opere che paiono sempre più irraggiungibili e fortemente simboliche, lontane da facili applausi. Muore a Madrid nel 1664.
Il quadro raffigura San Serapione che fu Vescovo di Thmuis, città del basso Egitto, tra il 340 ed il 356 d.C.
Come quasi tutti i Santi ne abbiamo scarse notizie: era un monaco educato nella scuola di S .Antonio abate . Sotto le persecuzioni dei romani fu sottoposto ad una serie di supplizi ; alla fine gli furono spezzate tutte le giunture per essere poi fatto precipitare dal piano alto della sua casa. Fin qui una storia comune a tanti Santi. Tra le altre cose San Serapione è praticamente sconosciuto in Oriente mentre il suo culto fiorì in Occidente dopo che Floro lo inserì nel suo Martirologio assieme a tutti i Martiri di Alessandria d’Egitto.
Zurbarán , evitando una situazione “pulp”evita qualsiasi riferimento palese al martirio e non ne raffigura le membra spezzate od il corpo violato dall’impatto al suolo.
Il nome del Santo è semplicemente scritto a destra su un piccolo foglietto accartocciato ed attaccato con uno spillo da entomologo nello scuro dello sfondo drammaticamente omogeneo. In alto, dagli angoli, pendono le corde che con nodi alla marinara legano le mani del Santo. Le membra spezzate sono intuite mirabilmente dal corpo che si lascia andare sotto il suo peso; il capo mollemente reclinato sulla destra sembra quello di un uomo dormiente o meglio che ha visto nel sonno la via d’uscita al dolore delle fratture.
Non un segno, un’ecchimosi, un taglio è visibile; tutto è sotto la tunica bianca, vero sudario che tutto nasconde ma che anche tutto dolorosamente contiene. Su tutto una sensazione di destino, di ineluttabilità della vita,di un ritorno al grembo materno con le braccia che paiono circoscrivere un ‘ellisse, vera icona barocca.
Ancora una volta la figura geometrica dai due fuochi diventa simbolo potente di reiterati passaggi tra santità ed umanità senza che il movimento finisca mai in una ricerca tormentata di equilibrio.



Davanti alla Galleria Nazionale di Mies van der Rohe si rimane ancora una volta stupiti. Viene alla mente il saggio di Italo Calvino “Perché leggere i classici” dove dice: “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire – ed ancora – i classici sono libri che quando più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti”. Se consideriamo l’architettura come testo le parole di Calvino sono illuminanti e se ricordiamo questo suo ultimo commento ci troviamo sicuramente tutti d’accordo sulla forza dell’architettura del Museo di Berlino:“Il tuo classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui”.Questo parallelepipedo di vetro a base quadrata di 50.60 metri di lato con un’altezza di circa 8 metri copre una superficie di 2500 metri quadrati. La copertura rigida con lato di 65 metri fu realizzata con tecnica magistrale presentando una griglia ortogonale di travi metalliche irrigidita per mezzo di nervature. Rileggere la storia di questo edificio è sempre emozionante. Mies ha già 76 anni quando inizia il progetto che doveva sorgere a poche centinaia di metri dalla sua vecchia casa che era stata demolita dai nazisti per realizzare un viale su progetto di Albert Speer. Dopo tanti anni negli Stati Uniti l’architetto torna a Berlino dove nel 1919 aveva sognato l’edificio in vetro in Friedrichstrasse e nel 1926 aveva costruito il monumento in mattoni dedicato a Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg (anch’esso distrutto dai nazisti). Già malato guida la direzione lavori e riesce ad assistere nel 1967 al sollevamento delle 1250 tonnellate della copertura. Muore a Chicago due anni dopo senza essere riuscito a partecipare all’inaugurazione del museo stesso. L’inclinazione del terreno viene sfruttata per dare luce, attraverso un cortile interno, al piano seminterrato. Qui i quadri esposti respirano in una luce soffusa. Una grande collezione dove troviamo italiani come Giorgio Morandi e Marino Marini i quali ci regalano opere indimenticabili. Il grande spazio superiore sul quale Mies esercitò un controllo maniacale sul dettaglio (basti ricordare che si fece costruire la sezione in scala 1:10 della colonna perimetrale perfezionandola ripetutamente) vive di una sua assoluta tautologia. E’ possibile solo esporre vaste o voluminose opere che paiono sempre scomodi e mal tollerati elementi. Lo spazio è disperatamente troppo bello e la copertura sfiora appena i pilastri cruciformi e rastremati.
Perché leggere e/o vedere i classici? Perché non si vive senza poesia.


