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mercoledì, 07 gennaio 2009

Le "Quattro stagioni" a Sanzeno in Val di Non
primavera
“ Eppure questa Naunia è tal paese che a cercargli un degno riscontro farebbe d’uopo gran parte girar della Svizzera che sì largamente è vantata”
Gioseffo Pinamonti, 1829
estate
Questo lusinghiero giudizio si legge in una delle prime guide per viaggiatori dedicate alla Val di Non , in Trentino .Fama dovuta non solo alle bellezze naturali ma anche al numero rilevante di castelli, chiese e residenze nobiliari. A Sanzeno la Casa de Gentili chiude la vasta piazza centrale con solida ma elegante imponenza addolcita da trifore ed elaborate inferriate. All’interno  la sorpresa di trovare al piano secondo un salone ornato  dalle rappresentazioni in stucco delle quattro stagioni: un piccolo capolavoro rococò. Il salone quadrangolare con un bel pavimento di legno, arricchito da due stelle pentagonali in noce, mostra al visitatore oltre alle quattro stagioni anche un rosone centrale e lo stemma di famiglia lungo una ricca fascia perimetrale decorata, come il soffitto, da elaborati motivi vegetali. Al centro della stanza un delizioso puttino amoroso vola tra foglie  d’acanto e boccioli.
autunno
La rappresentazione delle quattro stagioni è un tema ricorrente nell’arte europea con esiti mirabili; basti pensare alle opere di Giovanni Battista Caccini sul ponte Santa Trinità e nel giardino di Boboli a Firenze ,alle statue di Gian Lorenzo Bernini per Villa Albobrandini a Roma,ai lavori dell’intagliatore trentino  Lorenzo Haili a Soragna, a Giacomo Cassetti che scolpisce “Primavera” ed “Estate” a Borgo Valsugana, all’ ”Inverno” di Villa Saracini  Scotoni a Mattarello. Siamo nella seconda metà del secolo XVIII quando un anonimo artista collegato,per puntuali riferimenti stilistici , all’opera di Andreas e Peter Anton Moosbrugger del Voralberg ,che realizzarono autentici capolavori soprattutto in Svizzera, realizza i quattro puttini collocati quasi in precario equilibrio agli angoli della stanza. La “Primavera” è caratterizzata da un serto di fiori come un’ altalena per il putto; nell’ “Estate” il bimbetto tiene una falce nella mano sinistra ed un mazzo di spighe mature nella destra; nell’ “Autunno” una corona di grappoli  e pampini d’uva incornicia la piccola statua in stucco; l’ “Inverno” è classicamente rappresentato con il capo coperto da un morbido telo e con un braciere acceso. Il tutto in un equilibrio perfetto dove la luce ,che entra dalle due grandi finestre, fa risaltare il bianco, le cromie delle pareti e le dorature. Un salone frutto di una committenza colta ma non vanitosa , aperta e sensibile al nuovo, gelosa delle proprie tradizioni ma non chiusa al mondo.

                                           Fabio


inverno
postato da: ferro3 alle ore 12:08 | link | commenti
categorie: testi, architettura, arte, restauri
martedì, 30 settembre 2008

S.LUCIA
La chiesa di S.LUCIA in una cartolina del 1899

La chiesetta di S. Lucia è situata sull’omonimo colle a nord dell’abitato di Fondo in Val di Non. Sulla cima del colle si ergeva un castello sorto nel 1271 ad opera di Mainardo II del Tirolo . Sul sito del castello sorse la chiesetta .Il perimetro della chiesa più antica è rilevabile dagli otto affreschi, dedicati alla vita della Santa siciliana.Nel 1982 opere di restauro conservativo hanno interessato tutta la struttura muraria e la copertura; in quella occasione all’esterno del perimetro furono rinvenuti scheletri risalenti al periodo delle pestilenze che devastarono il Trentino tra il XIV ed il XVI secolo. Si rimane colpiti dalle otto scene del ciclo di S. Lucia secondo quanto scrive Jacopo da Varagine nella sua “Legenda Aurea” scritta verso il 1260:
- La visita di Eutichia ,madre di S. Lucia, alla tomba di S. Agata a Catania.
- Il sogno di S. Lucia.
- S. Lucia viene condotta da Pascasio, governatore di Siracusa, che l’accusa.
- Supplizio di S. Lucia : trascinata da una coppia di buoi.
- Supplizio di S. Lucia : legata a due alberi con un fuoco acceso sotto i piedi.
- Supplizio di S. Lucia : pugnalata alla gola.
- Comunione e sepoltura di S. Lucia.

- La punizione del tiranno Pascasio per decapitazione.
Sulla cornice inferiore del primo quadro era possibile leggere la data del 1356 checi dà un punto fermo nella storia della chiesetta.Riguardo l’autore di questo ciclo affrescato vi sono due tesi: la prima che l’autore sia un artista della scuola di Bressanone noto come “maestro dello scorpione” che operò all’inizio del 1400. Ciò è stato dedotto dalla presunta firma del pittore, appunto uno scorpione, su di uno stendardo nell’ultimo quadro del ciclo di S. Lucia. L’altra tesi data gli affreschi intorno al 1376 e li attribuisce all’autore della Madonna Castelbarco situata all’interno della Chiesa dei Domenicani a Bolzano, pittore di scuola veronese. Un artista influenzato da Giotto della Cappella Scrovegni di Padova facente parte di quel folto gruppo di artisti che tra il 1320 ed il 1360 si spostò dal Veneto fino in Tirolo.

 Fabio

 Martirio S.Lucia

 

postato da: ferro3 alle ore 19:15 | link | commenti
categorie: testi, architettura, arte
martedì, 02 settembre 2008

CASAMARI (1)
casamari 01.09.08
Abbazia di Casamari, foto ferro3

Sono molto legato all’ Abbazia di Casamari; fu la mia tesina per l’esame di Storia dell’architettura. La conosco pezzo per pezzo; riuscii anche a farmi autorizzare a salire all’interno del tetto e dentro il campanile. Erano anni ed anni che non ci tornavo, è stato molto bello anche perché è uno dei quei rari luoghi dove l’indefinibile e l’inconoscibile emette bagliori.
Per raggiungerla , in un viaggio che mi pareva epico, usavo la mia prima motocicletta ( una Gilera 98, in seguito ebbi altre sei moto sempre più potenti). Casamari  è nel territorio di Veroli, vicino Frosinone. Edificata sulle rovine dell'antico municipio romano Cereatae, dedicato appunto alla dea Cerere,significa "casa di Mario", il console nemico di Silla.
L' abbazia fu costruita nel 1203 e consacrata nel 1217. E' uno dei più importanti monasteri di architettura gotica cistercense. All'interno si trova anche un chiostro quadrangolare con un giardino delizioso . Su un muro interno del chiostro è possibile leggere questo manuale per la campanella. Uno, due, tre,quattro, cinque sei colpi per i frati (il portinaio era il più lungo da chiamare) con due indicazioni per le “pronte emergenze” : scampanellata lunga più cinque colpi per l’infermiere, una vera sinfonia per lo speziale. In un mondo di sms, squillini, email e fax questi suoni che ancora si odono nel silenzio del chiostro sono stati pura emozione.

casamari 2

 

postato da: ferro3 alle ore 22:14 | link | commenti
categorie: ricordi, testi, architettura
mercoledì, 30 luglio 2008

La Torre dei venti ad Atene
venti4








           
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foto di Ioannis Pyrgolios, Atene, luglio 2008

Nell'Agorà romano di Atene sorge la  Torre dei Venti ,uno dei monumenti più interessanti dell’antichità;detta anche Horologion ,poiché al suo interno si trovava una clessidra ad acqua, fu progettata nella prima metà del secolo I a.C. dall’astronomo macedone Andronico di Kyrrhos.La torre è un edificio ottagonale in marmo bianco pentelico. In cima si trovava un tritone in bronzo che girava al soffiare dei venti che erano rappresentati da otto bassorilievi.
I venti scolpiti erano: BOREAS (nord) ,KAIKIAS (nord-est), APELIOTES (est), EUROS (sud-est), NOTOS (sud),LIPS (sud-ovest), ZEPHYROS (ovest), SKIRON (nord-ovest). Nel periodo paleocristiano l'edificio fu usato come campanile per una chiesa bizantina. È rimasta parzialmente sepolta fino al XIX secolo , quando è stata recuperata dalla Società Archeologica di Atene.

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postato da: ferro3 alle ore 22:54 | link | commenti
categorie: architettura, foto
giovedì, 08 maggio 2008

TAO-TE-CHING
8maggio























Trenta raggi convergono nel mozzo
ma è il vuoto nel mozzo che ne fa l'essenza.

I vasi sono fatti d'argilla
ma è il vuoto interno che ne fa l'essenza.

Muri con porte e finestre formano una casa
ma è il vuoto di essi che ne fa l'essenza.

Perciò da una parte abbiamo il beneficio dell'esistenza
e dall'altra facciamo uso della non-esistenza.

Lao-Tsè
postato da: ferro3 alle ore 10:23 | link | commenti
categorie: testi, architettura
giovedì, 27 marzo 2008

Appunti berlinesi
10gennaio2

Davanti alla Galleria Nazionale di Mies van der Rohe si rimane ancora una volta stupiti. Viene alla mente il saggio di Italo Calvino “Perché leggere i classici” dove dice: “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire – ed ancora – i classici sono libri che quando più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti”. Se consideriamo l’architettura come testo le parole di Calvino sono illuminanti e se ricordiamo questo suo ultimo commento ci troviamo sicuramente tutti d’accordo sulla forza dell’architettura del Museo di Berlino:“Il tuo classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui”.Questo parallelepipedo di vetro a base quadrata di 50.60 metri di lato con un’altezza di circa 8 metri copre una superficie di 2500 metri quadrati. La copertura rigida con lato di 65 metri fu realizzata con tecnica magistrale presentando una griglia ortogonale di travi metalliche irrigidita per mezzo di nervature. Rileggere la storia di questo edificio è sempre emozionante. Mies ha già 76 anni quando inizia il progetto che doveva sorgere a poche centinaia di metri dalla sua vecchia casa che era stata demolita dai nazisti per realizzare un viale su progetto di Albert Speer. Dopo tanti anni negli Stati Uniti l’architetto torna a Berlino dove nel 1919 aveva sognato l’edificio in vetro in Friedrichstrasse e nel 1926 aveva costruito il monumento in mattoni dedicato a Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg (anch’esso distrutto dai nazisti). Già malato guida la direzione lavori e riesce ad assistere nel 1967 al sollevamento delle 1250 tonnellate della copertura. Muore a Chicago due anni dopo senza essere riuscito a partecipare all’inaugurazione del museo stesso. L’inclinazione del terreno viene sfruttata per dare luce, attraverso un cortile interno, al piano seminterrato. Qui i quadri esposti respirano in una luce soffusa. Una grande collezione dove troviamo italiani come Giorgio Morandi e Marino Marini i quali ci regalano opere indimenticabili. Il grande spazio superiore sul quale Mies esercitò un controllo maniacale sul dettaglio (basti ricordare che si fece costruire la sezione in scala 1:10 della colonna perimetrale perfezionandola ripetutamente) vive di una sua assoluta tautologia. E’ possibile solo esporre vaste o voluminose opere che paiono sempre scomodi e mal tollerati elementi. Lo spazio è disperatamente troppo bello e la copertura sfiora appena i pilastri cruciformi e rastremati.
Perché leggere e/o vedere i classici? Perché non si vive senza poesia.

10gennaio1


postato da: ferro3 alle ore 17:29 | link | commenti
categorie: architettura