vivere quella personale dimensione in cui la forma è vuoto e il vuoto è forma



La chiesetta di S. Lucia è situata sull’omonimo colle a nord dell’abitato di Fondo in Val di Non. Sulla cima del colle si ergeva un castello sorto nel 1271 ad opera di Mainardo II del Tirolo . Sul sito del castello sorse la chiesetta .Il perimetro della chiesa più antica è rilevabile dagli otto affreschi, dedicati alla vita della Santa siciliana.Nel 1982 opere di restauro conservativo hanno interessato tutta la struttura muraria e la copertura; in quella occasione all’esterno del perimetro furono rinvenuti scheletri risalenti al periodo delle pestilenze che devastarono il Trentino tra il XIV ed il XVI secolo. Si rimane colpiti dalle otto scene del ciclo di S. Lucia secondo quanto scrive Jacopo da Varagine nella sua “Legenda Aurea” scritta verso il 1260:
- La visita di Eutichia ,madre di S. Lucia, alla tomba di S. Agata a Catania.
- Il sogno di S. Lucia.
- S. Lucia viene condotta da Pascasio, governatore di Siracusa, che l’accusa.
- Supplizio di S. Lucia : trascinata da una coppia di buoi.
- Supplizio di S. Lucia : legata a due alberi con un fuoco acceso sotto i piedi.
- Supplizio di S. Lucia : pugnalata alla gola.
- Comunione e sepoltura di S. Lucia.
- La punizione del tiranno Pascasio per decapitazione.
Sulla cornice inferiore del primo quadro era possibile leggere la data del 1356 checi dà un punto fermo nella storia della chiesetta.Riguardo l’autore di questo ciclo affrescato vi sono due tesi: la prima che l’autore sia un artista della scuola di Bressanone noto come “maestro dello scorpione” che operò all’inizio del 1400. Ciò è stato dedotto dalla presunta firma del pittore, appunto uno scorpione, su di uno stendardo nell’ultimo quadro del ciclo di S. Lucia. L’altra tesi data gli affreschi intorno al 1376 e li attribuisce all’autore della Madonna Castelbarco situata all’interno della Chiesa dei Domenicani a Bolzano, pittore di scuola veronese. Un artista influenzato da Giotto della Cappella Scrovegni di Padova facente parte di quel folto gruppo di artisti che tra il 1320 ed il 1360 si spostò dal Veneto fino in Tirolo.


Sono molto legato all’ Abbazia di Casamari; fu la mia tesina per l’esame di Storia dell’architettura. La conosco pezzo per pezzo; riuscii anche a farmi autorizzare a salire all’interno del tetto e dentro il campanile. Erano anni ed anni che non ci tornavo, è stato molto bello anche perché è uno dei quei rari luoghi dove l’indefinibile e l’inconoscibile emette bagliori.
Per raggiungerla , in un viaggio che mi pareva epico, usavo la mia prima motocicletta ( una Gilera 98, in seguito ebbi altre sei moto sempre più potenti). Casamari è nel territorio di Veroli, vicino Frosinone. Edificata sulle rovine dell'antico municipio romano Cereatae, dedicato appunto alla dea Cerere,significa "casa di Mario", il console nemico di Silla.
L' abbazia fu costruita nel 1203 e consacrata nel 1217. E' uno dei più importanti monasteri di architettura gotica cistercense. All'interno si trova anche un chiostro quadrangolare con un giardino delizioso . Su un muro interno del chiostro è possibile leggere questo manuale per la campanella. Uno, due, tre,quattro, cinque sei colpi per i frati (il portinaio era il più lungo da chiamare) con due indicazioni per le “pronte emergenze” : scampanellata lunga più cinque colpi per l’infermiere, una vera sinfonia per lo speziale. In un mondo di sms, squillini, email e fax questi suoni che ancora si odono nel silenzio del chiostro sono stati pura emozione.


Nell'Agorà romano di Atene sorge la Torre dei Venti ,uno dei monumenti più interessanti dell’antichità;detta anche Horologion ,poiché al suo interno si trovava una clessidra ad acqua, fu progettata nella prima metà del secolo I a.C. dall’astronomo macedone Andronico di Kyrrhos.La torre è un edificio ottagonale in marmo bianco pentelico. In cima si trovava un tritone in bronzo che girava al soffiare dei venti che erano rappresentati da otto bassorilievi.
I venti scolpiti erano: BOREAS (nord) ,KAIKIAS (nord-est), APELIOTES (est), EUROS (sud-est), NOTOS (sud),LIPS (sud-ovest), ZEPHYROS (ovest), SKIRON (nord-ovest). Nel periodo paleocristiano l'edificio fu usato come campanile per una chiesa bizantina. È rimasta parzialmente sepolta fino al XIX secolo , quando è stata recuperata dalla Società Archeologica di Atene.



Davanti alla Galleria Nazionale di Mies van der Rohe si rimane ancora una volta stupiti. Viene alla mente il saggio di Italo Calvino “Perché leggere i classici” dove dice: “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire – ed ancora – i classici sono libri che quando più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti”. Se consideriamo l’architettura come testo le parole di Calvino sono illuminanti e se ricordiamo questo suo ultimo commento ci troviamo sicuramente tutti d’accordo sulla forza dell’architettura del Museo di Berlino:“Il tuo classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui”.Questo parallelepipedo di vetro a base quadrata di 50.60 metri di lato con un’altezza di circa 8 metri copre una superficie di 2500 metri quadrati. La copertura rigida con lato di 65 metri fu realizzata con tecnica magistrale presentando una griglia ortogonale di travi metalliche irrigidita per mezzo di nervature. Rileggere la storia di questo edificio è sempre emozionante. Mies ha già 76 anni quando inizia il progetto che doveva sorgere a poche centinaia di metri dalla sua vecchia casa che era stata demolita dai nazisti per realizzare un viale su progetto di Albert Speer. Dopo tanti anni negli Stati Uniti l’architetto torna a Berlino dove nel 1919 aveva sognato l’edificio in vetro in Friedrichstrasse e nel 1926 aveva costruito il monumento in mattoni dedicato a Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg (anch’esso distrutto dai nazisti). Già malato guida la direzione lavori e riesce ad assistere nel 1967 al sollevamento delle 1250 tonnellate della copertura. Muore a Chicago due anni dopo senza essere riuscito a partecipare all’inaugurazione del museo stesso. L’inclinazione del terreno viene sfruttata per dare luce, attraverso un cortile interno, al piano seminterrato. Qui i quadri esposti respirano in una luce soffusa. Una grande collezione dove troviamo italiani come Giorgio Morandi e Marino Marini i quali ci regalano opere indimenticabili. Il grande spazio superiore sul quale Mies esercitò un controllo maniacale sul dettaglio (basti ricordare che si fece costruire la sezione in scala 1:10 della colonna perimetrale perfezionandola ripetutamente) vive di una sua assoluta tautologia. E’ possibile solo esporre vaste o voluminose opere che paiono sempre scomodi e mal tollerati elementi. Lo spazio è disperatamente troppo bello e la copertura sfiora appena i pilastri cruciformi e rastremati.
Perché leggere e/o vedere i classici? Perché non si vive senza poesia.
