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IL PECCATO MI FA RIPOSARE

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mercoledì, 14 ottobre 2009

I sette savi
sette




"Al confine tra la vita solare
e la vita oscura, i filosofi sono lì a meditare
e ogni tanto danno una voce verso il buio,
affinano l'udito per ascoltare
inavvertiti echi.
Risponde la poesia".

Fausto Melotti
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categorie: testi, arte
giovedì, 06 agosto 2009


LEONARD COHEN
Venezia, 03 agosto 2009


cohen

foto ferro3


Thanks Leonard, it was like a dream...see you again in Vienne and Nimes!
postato da: ferro3 alle ore 16:45 | link | commenti
categorie: musica, arte, passioni, grazie
venerdì, 03 aprile 2009

ama no kawa
la via lattea

lavialatteawakaruru ya
yume hitosuji no
ama no kawa
Il sogno è spezzato!
La Via Lattea
è una linea sola.

ama no kawa
keyuru ka yume no
obotsukana
La Via Lattea
scompare?
Incertezze d'un sogno.

Natsume Soseki


tintoretto1564Jacopo Tintoretto "Origine della Via Lattea", 1564



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categorie: poesia, giappone, arte
lunedì, 02 marzo 2009


curiosa

























Massimo Festi, "Curiosa",2008


PORNO START

26 febbraio - 12 marzo '09
VOGHERA11 ARTGALLERY
via voghera, 11 20144 Milano
www.voghera11.com
info@voghera11.com
tel/fax:02 39811630
postato da: ferro3 alle ore 15:40 | link | commenti
categorie: arte, foto
mercoledì, 07 gennaio 2009

Le "Quattro stagioni" a Sanzeno in Val di Non
primavera
“ Eppure questa Naunia è tal paese che a cercargli un degno riscontro farebbe d’uopo gran parte girar della Svizzera che sì largamente è vantata”
Gioseffo Pinamonti, 1829
estate
Questo lusinghiero giudizio si legge in una delle prime guide per viaggiatori dedicate alla Val di Non , in Trentino .Fama dovuta non solo alle bellezze naturali ma anche al numero rilevante di castelli, chiese e residenze nobiliari. A Sanzeno la Casa de Gentili chiude la vasta piazza centrale con solida ma elegante imponenza addolcita da trifore ed elaborate inferriate. All’interno  la sorpresa di trovare al piano secondo un salone ornato  dalle rappresentazioni in stucco delle quattro stagioni: un piccolo capolavoro rococò. Il salone quadrangolare con un bel pavimento di legno, arricchito da due stelle pentagonali in noce, mostra al visitatore oltre alle quattro stagioni anche un rosone centrale e lo stemma di famiglia lungo una ricca fascia perimetrale decorata, come il soffitto, da elaborati motivi vegetali. Al centro della stanza un delizioso puttino amoroso vola tra foglie  d’acanto e boccioli.
autunno
La rappresentazione delle quattro stagioni è un tema ricorrente nell’arte europea con esiti mirabili; basti pensare alle opere di Giovanni Battista Caccini sul ponte Santa Trinità e nel giardino di Boboli a Firenze ,alle statue di Gian Lorenzo Bernini per Villa Albobrandini a Roma,ai lavori dell’intagliatore trentino  Lorenzo Haili a Soragna, a Giacomo Cassetti che scolpisce “Primavera” ed “Estate” a Borgo Valsugana, all’ ”Inverno” di Villa Saracini  Scotoni a Mattarello. Siamo nella seconda metà del secolo XVIII quando un anonimo artista collegato,per puntuali riferimenti stilistici , all’opera di Andreas e Peter Anton Moosbrugger del Voralberg ,che realizzarono autentici capolavori soprattutto in Svizzera, realizza i quattro puttini collocati quasi in precario equilibrio agli angoli della stanza. La “Primavera” è caratterizzata da un serto di fiori come un’ altalena per il putto; nell’ “Estate” il bimbetto tiene una falce nella mano sinistra ed un mazzo di spighe mature nella destra; nell’ “Autunno” una corona di grappoli  e pampini d’uva incornicia la piccola statua in stucco; l’ “Inverno” è classicamente rappresentato con il capo coperto da un morbido telo e con un braciere acceso. Il tutto in un equilibrio perfetto dove la luce ,che entra dalle due grandi finestre, fa risaltare il bianco, le cromie delle pareti e le dorature. Un salone frutto di una committenza colta ma non vanitosa , aperta e sensibile al nuovo, gelosa delle proprie tradizioni ma non chiusa al mondo.

                                           Fabio


inverno
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categorie: testi, architettura, arte, restauri
martedì, 30 settembre 2008

S.LUCIA
La chiesa di S.LUCIA in una cartolina del 1899

La chiesetta di S. Lucia è situata sull’omonimo colle a nord dell’abitato di Fondo in Val di Non. Sulla cima del colle si ergeva un castello sorto nel 1271 ad opera di Mainardo II del Tirolo . Sul sito del castello sorse la chiesetta .Il perimetro della chiesa più antica è rilevabile dagli otto affreschi, dedicati alla vita della Santa siciliana.Nel 1982 opere di restauro conservativo hanno interessato tutta la struttura muraria e la copertura; in quella occasione all’esterno del perimetro furono rinvenuti scheletri risalenti al periodo delle pestilenze che devastarono il Trentino tra il XIV ed il XVI secolo. Si rimane colpiti dalle otto scene del ciclo di S. Lucia secondo quanto scrive Jacopo da Varagine nella sua “Legenda Aurea” scritta verso il 1260:
- La visita di Eutichia ,madre di S. Lucia, alla tomba di S. Agata a Catania.
- Il sogno di S. Lucia.
- S. Lucia viene condotta da Pascasio, governatore di Siracusa, che l’accusa.
- Supplizio di S. Lucia : trascinata da una coppia di buoi.
- Supplizio di S. Lucia : legata a due alberi con un fuoco acceso sotto i piedi.
- Supplizio di S. Lucia : pugnalata alla gola.
- Comunione e sepoltura di S. Lucia.

- La punizione del tiranno Pascasio per decapitazione.
Sulla cornice inferiore del primo quadro era possibile leggere la data del 1356 checi dà un punto fermo nella storia della chiesetta.Riguardo l’autore di questo ciclo affrescato vi sono due tesi: la prima che l’autore sia un artista della scuola di Bressanone noto come “maestro dello scorpione” che operò all’inizio del 1400. Ciò è stato dedotto dalla presunta firma del pittore, appunto uno scorpione, su di uno stendardo nell’ultimo quadro del ciclo di S. Lucia. L’altra tesi data gli affreschi intorno al 1376 e li attribuisce all’autore della Madonna Castelbarco situata all’interno della Chiesa dei Domenicani a Bolzano, pittore di scuola veronese. Un artista influenzato da Giotto della Cappella Scrovegni di Padova facente parte di quel folto gruppo di artisti che tra il 1320 ed il 1360 si spostò dal Veneto fino in Tirolo.

 Fabio

 Martirio S.Lucia

 

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categorie: testi, architettura, arte
martedì, 16 settembre 2008

SibillaCumana










































Domenichino, "La Sibilla Cumana"

"Il pubblico, in altre parole, è considerato dai vati e dai druidi della critica come una massa amorfa, incapace di giudicare senza la guida di "coloro che sanno", cioè in quella odierna varietà, laica e secolarizzata, dei chierici di un tempo, che sono i critici d'arte. Costoro, per catturare e soggiogare le masse credule e timorose, adoperano un linguaggio oscuro, involuto, profetico, degno della Pizia e della Sibilla Cumana."

Federico Zeri, 8 settembre 1984

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categorie: testi, arte
venerdì, 15 agosto 2008

Zephir
zefiro
Siena,Libreria di Pio II Enea Silvio Piccolomini,opera di Liberale da Verona (1445-1526)

Pour le retour du Soleil honorer,
Le Zephir, l’air serein lui apareille :
Et du sommeil l’eau et la terre esveille,
Qui les gardoit l’une de murmurer,

En dous coulant, l’autre de se parer
De mainte fleur de couleur nompareille.
Ja les oiseaus es arbres font merveille,
Et aus passans font l’ennui moderer :

Les Nynfes ja en mile jeus s’esbatent
Au cler de Lune, et dansans l’herbe abatent :
Veus tu Zephir de ton heur me donner,

Et que par toy toute me renouvelle ?
Fay mon Soleil devers moy retourner,
Et tu verras s’il ne me rend plus belle.


Per onorare il ritorno del sole
Zefiro gli prepara l'aria mite,
e acqua e terra sveglia da quel sonno
che non lasciava l'una mormorare

in dolci rivi né l'altra ammantarsi
di tanti fiori e ineguagliate tinte.
Già fanno meraviglie gli uccellini
e quietano la pena di chi passa,

già danzano le ninfe in mille giochi
al chiar di luna, e fanno l'erba bassa.
Vuoi tu Zefiro darmi la tua gioia,

che tutta io mi rinnovi grazie a quella?
Fa' che il mio sole verso me ritorni
e tu vedrai se non mi fa più bella.

Louise Labé (1524-1566)
nella bella traduzione di Silvia Bre
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categorie: poesia, arte
lunedì, 30 giugno 2008

Settembre 1903
30giugno























ferro 3 ritratto da Massimo Festi

Lasciate almeno che con l'inganno io mi illuda
e che non senta il vuoto della mia vita.

E fui così spesso così vicino.
E come rimasi paralizzato, come esitai?
Perché rimasi con le labbra serrate?
E dentro di me piangeva il vuoto della mia vita
e i miei desideri vestivano a lutto.

Essere stato così spesso così vicino
agli occhi, alle labbra sensuali,
al corpo sognato, adorato,
Essere stato così spesso così vicino.

Costantino Kavafis
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categorie: poesia, arte, foto
giovedì, 05 giugno 2008

Seicento fiorentino
santacaterina





















"La soggettività, tutta esplicata, é il limite interiore di ciò che l'uomo non sa: all'ideologia della Controriforma  il Seicento fiorentino, nella linea sottilissima ma resistente dei suoi rappresentanti necessari, contrappone una continua, inavvertita substitutio in re, contrappone cioè alle forme date , e alla ritualità di esse forme, questa res psichica tutta allarmata linguisticamente alle proprie frontiere interiori, questo ammasso stellare della psiche messo via via a fuoco, fino a veder specchiato in questo novissimo, ambiguo " specchio di vera penitenza" non tanto e non solo lo speculum dell'imperfezione naturale delll'uomo, non il dato cioè ma sopratutto il darsi speculare di quanto l'uomo crede di possedere, uno spazio che si dilata nei due sensi e che dissimila quanto, avvicinandoosi allo specchio, egli credeva di raggiungere della propria identità. Né il problema aperto da questi nostri antichi ci pare, sinceramente, chiuso."


Piero Bigongiari,"Il SEICENTO FIORENTINO",
1974 ried.1982
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categorie: testi, arte, passioni
mercoledì, 23 aprile 2008

chiamansi romei quanti vanno a Roma
23aprile












coll.ferro3,anno 1697

" Peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto: in largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori della sua patria; in modo stretto non s'intende peregrino se non chi va verso la casa di Sa' Iacopo o riede. E' però da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio de l’Altissimo: chiamasi palmieri in quanto vanno oltremare, la onde molte volte recano la palma; chiamansi peregrini in quanto vanno a la casa di Galizia, però che la sepoltura di Sa' Iacopo fue più lontana della sua patria che d'alcuno altro apostolo; chiamansi romei quanti vanno a Roma".

 Dante , “Vita nova”

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categorie: testi, arte
domenica, 20 aprile 2008

Enguerrand Quarton
20aprile

Ricordo una fredda giornata di gennaio, a Parigi ,con un Louvre poco frequentato : anche la “Gioconda” era meno assediata del solito ( ma i giapponesi non mancavano). Trovarsi solo di fronte ad un’opera di tale potenza come la “Pietà” di Villeneuve-Lez-Avignon, capolavoro di un personaggio misterioso ed intrigante come Enguerrand Quarton è stato emozionante. I dati su questo pittore sono pochi e contraddittori . Quarton secondo la grafia più accettata ma troviamo anche : Charanton, Carton, Charretier ecc…nasce a Laon  all’ inizio del XV secolo (1409? o dopo) per morire probabilmente nella grande peste del 1466 gettato in una fossa comune. Di lui rimangono solo tre o quattro opere sicure .Anche su questa “Pietà di Avignone” non tutti gli studiosi concordano e parlano anche di un Maestro Catalano o Portoghese. Enguerrand visse in un momento tormentato e contraddittorio che vedeva la Francia lacerata tra il Duca di Borgogna ed il sovrano Carlo VI con il figlio plagiato dalla madre: la regina Isabella. Enguerrand scampò al massacro del 30 giugno 1431 delle truppe francesi, ormai prive del carisma di Giovanna d’ Arco, salvato dal suo amico di bottega Barthélemy. Dipinta su legno di noce la “Pietà di Villeneuve” misura 163 cm. di altezza per 218 cm. di larghezza. La scena è occupata da cinque personaggi : a sinistra il dedicatario a mani giunte con una veste bianca , poi S. Giovanni Evangelista , la Vergine che sostiene sulle ginocchia il corpo del figlio, S. Maria Maddalena. Il dedicatario sembra quasi non partecipare alla scena con lo sguardo rivolto al di fuori della scena stessa. Le quattro figure sono sospese in un panorama d’oro da dove emerge la sagoma di Gerusalemme. Tutto è costruito attorno alla figura del triangolo (la Trinità) al centro del quale troviamo la  ferita al costato del Cristo. La Maddalena, con la sua veste rossa, si asciuga le lacrime. Una linea ideale congiunge le labbra serrate della Madonna con gli occhi chiusi del figlio che giace drammaticamente con braccia e gambe parallele e le dita contorte. Un leggero piegamento del volto di Maria disassa il tutto e lo rende più umano. Verso la ferita al costato puntano gli sguardi di S. Giovanni e della Maddalena. Le letture iconografiche sono molteplici con una sommessa simbologia vegetale:sulla veste della Vergine sono raffigurati fiori e foglie di ortica ( il dolore infinito), per l’ Apostolo fiori e foglie di Hyssopus officinalis (purezza ed umiltà), per la Maddalena fiori e foglie di garofano ( l’amore puro).E’ anche un gioco di stoffe e di veli : dal manto della Vergine che diventa sudario ,al velo della Maddalena che sfiora il perizoma del Cristo.    

Fabio

 

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categorie: testi, arte, passioni
giovedì, 27 marzo 2008

Francisco de Zurbarán

zurbaran

 

L’opera di questa sera piovosa è stata dipinta nel 1628 da Francisco de Zurbarán pittore nato nel 1598 vicino Badajoz, figlio di un commerciante basco.
E’ un olio su tela di dimensioni 120 X 103 cm ed è conservato ad Hartford , Connecticut nel Wadsworth Atheneum.
Amo particolarmente questo autore capace di giocare e sottomettere la luce fino a trasformarla in un’entità autonoma vera protagonista di opere quasi irreali permeate di contrasti, squarci luminosi, tagli drammatici, bianchi accecanti e gialli squillanti in composizioni ricche di movimenti, di gesti inquieti, di posture vibranti e quasi sospese come in un fra-mondo.
Dopo un apprendistato a Siviglia inizia nel 1616 (quindi a diciotto anni) con le prime opere di carattere religioso. Dopo alcuni decenni di lavori in tutta la Spagna, Zurbarán nel 1640 entra in una vera crisi esistenziale causata probabilmente da ragioni interiori unite all’ingresso clamoroso nella scena artistica spagnola del Murillo. La crisi si riflette nelle sue opere che si fanno scarse e meno autonome intellettualmente. Nel 1658 è alla corte di Madrid aiutato dal Velásquez ma ciò non contribuisce a farlo uscire dal suo isolamento. Isolato come le sue opere che paiono sempre più irraggiungibili e fortemente simboliche, lontane da facili applausi. Muore a Madrid nel 1664.
Il quadro raffigura San Serapione che fu Vescovo di Thmuis, città del basso Egitto, tra il 340 ed il 356 d.C.
Come quasi tutti i Santi ne abbiamo scarse notizie: era un monaco educato nella scuola di S .Antonio abate . Sotto le persecuzioni dei romani fu sottoposto ad una serie di supplizi ; alla fine gli furono spezzate tutte le giunture per essere poi fatto precipitare dal piano alto della sua casa. Fin qui una storia comune a tanti Santi. Tra le altre cose San Serapione è praticamente sconosciuto in Oriente mentre il suo culto fiorì in Occidente dopo che Floro lo inserì nel suo Martirologio assieme a tutti i Martiri di Alessandria d’Egitto.
Zurbarán , evitando una situazione “pulp”evita qualsiasi riferimento palese al martirio e non ne raffigura le membra spezzate od il corpo violato dall’impatto al suolo.
Il nome del Santo è semplicemente scritto a destra su un piccolo foglietto accartocciato ed attaccato con uno spillo da entomologo nello scuro dello sfondo drammaticamente omogeneo. In alto, dagli angoli, pendono le corde che con nodi alla marinara legano le mani del Santo. Le membra spezzate sono intuite mirabilmente dal corpo che si lascia andare sotto il suo peso; il capo mollemente reclinato sulla destra sembra quello di un uomo dormiente o meglio che ha visto nel sonno la via d’uscita al dolore delle fratture.
Non un segno, un’ecchimosi, un taglio è visibile; tutto è sotto la tunica bianca, vero sudario che tutto nasconde ma che anche tutto dolorosamente contiene. Su tutto una sensazione di destino, di ineluttabilità della vita,di un ritorno al grembo materno con le braccia che paiono circoscrivere un ‘ellisse, vera icona barocca.
Ancora una volta la figura geometrica dai due fuochi diventa simbolo potente di reiterati passaggi tra santità ed umanità senza che il movimento finisca mai in una ricerca tormentata di equilibrio.

 Fabio     

 

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categorie: testi, arte, seicento inquieto
mercoledì, 19 dicembre 2007

Omnia vincit Amor; et nos cedamus Amori.
Publio Virgilio Marone, Bucoliche X.69             
                                                               
amor














Caravaggio, Staatliche Museen, Berlin

Come potè un ragazzo lombardo, apprendista pittore, arrivato a Roma all'età di circa diciotto anni, costruirsi, crescere, straripare dalle zone basse di piazza Navona, oltre Tevere, oltralpe, oltre il suo secolo e i secoli successivi, arrivare fino a noi quale uno dei più alti moniti ( forse il più stabile e compatto), imporsi quale bandiera del moderno alle scelte più disparate, alle fazioni più contrastanti?
Come è possibile che ancora oggi, dopo Kandinsky o Mondrian, il passante più casuale, o il patito di Pollock o di Rauschenberg, o il più condiscendente elettore dell'arte ludica, entri in San Luigi dei Francesi e senta riaprirsi in petto una piaga che credeva chiusa per sempre?
                             
Renato Guttuso,1967
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categorie: testi, arte, amori felici
domenica, 09 dicembre 2007

L'HAIKU DEL BERNINI

3)



 






(2 sms domenicali)

Sono eccessiva.
Sono solenne.
Sono adorante.
Sono barocca e nello stesso tempo minimalista.
Sono un haiku scritto da Bernini.

Pensavo che mica è sbagliato dire che il ratto di Proserpina visto in piccoli frame è una antologia di haiku.

seicento1












E’ dal 1622, commissionato da Scipione Borghese , che il “Ratto di Proserpina”di Gian Lorenzo Bernini vive nel mito, che lui stesso rappresenta. E’ a Roma nella Galleria Borghese. "Plutone, dio degli Inferi, stanco delle tenebre del suo regno, decise un giorno di affiorare alla luce e vedere un po' di questo mondo..."così racconta Claudiano nel " De raptu Proserpinae". La storia è nota: la ninfa Proserpina, figlia di Giove e Cerere , è rapita daPlutone, Re degli Inferi. Cerere per il dolore abbandona i campi, che non danno più frutti, mentre le bestie muoiono. Giove trova un accordo con la mediazione di Mercurio. La figlia avrebbe trascorso nove mesi con la madre favorendo la fertilità dei campi, mentre durante l’inverno sarebbe rimasta con Plutone all’Inferno. Il ciclo delle stagioni, il mondo dei morti, la fecondità del corpo,la speranza in un eterno ritorno, luce e tenebre, maschio e femmina sono solo alcuni degli spunti di riflessione che vengono da questo dinamico gruppo scultoreo di straordinario virtuosismo tecnico. Ma torniamo ai due sms ricevuti. L’haiku giapponese è molto legato al succedersi delle stagioni e quindi funziona a livello di metaframe.

4)








Vediamolo in giapponese nella forma classica di tre versi rispettivamente di cinque, sette e ancora cinque sillabe, privi di punteggiatura.Proserpina lotta inutilmente per sottrarsi alla morsa di Plutone , lungo il suo viso arrovesciato è visibile una lacrima:

oi nureba
hi no nagai ni mo
namida kana

Più numerose le primavere

più i lunghi dì
recano lacrime e lamenti
(Kobayashi Issa)

Il nome Proserpina,dea agreste,deriva dal latino "proserpere"che significa emergere,spuntare,per analogia indica la crescita delle messi:
yo wo tabi ni
shirokaku oda no
yukimodori

Mentre viaggio per il mondo
si prepara la semina
andirivieni nelle risaie

(Matsuo Bashö)

Plutone con i muscoli tesi nello sforzo affonda ambedue le mani nei morbidi fianchi di Persefone: raffigurazione nella quale, se la vediamo estrapolata dall’insieme, non riusciamo a  riconoscere un rapimento ma bensì un liberarsi di sensi in un amplesso.Ancora Claudiano:"Il dio dell?ade, in due falcate le fu addosso e l'abbracciò voracemente e via col dolce peso; la pose sul cocchio, invano ostacolato da una giovinetta, Ciane, compagna di Proserpina, che tentò di fermare i cavalli, chè il dio infuriato latrasformò in fonte. Ancora  oggi Ciane, con i suoi papiri, porta le sue limpide acque a Siracusa. Eccco a seconda  figura femminile la cui eco ascoltiamo lungo il fiume Anapo.Sempre Claudiano :"Giove inviò Mercurio da Plutone per imporgli di restituire Proserpina alla madre. A Plutone non restò che obbedire. Però, prima di farla partire, fece mangiare alla sua amata dei chicchi di melograno."

zaguro ga
kuchi aketa
tawaketa koi da
Un frutto di melograno
bocca aperta che irride
quel mio insulso amore
(Ozaki Hösai)

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categorie: giappone, arte
giovedì, 29 novembre 2007

E’ vero che la sete è patimento,
ma ho avuto la rugiada!

Out











Anna Lea Merrit, "Love locked out",1889

To lose thee - sweeter than to gain
All other hearts I knew.
‘Tis true the drought is destitute,
But then, I had the dew!

The Caspian has its realms of sand,
Its other realm of sea.
Without the sterile perquisite,
No Caspian could be.
 

Perdere te - più dolce che far mio
ogni altro cuore che abbia conosciuto.

E’ vero che la sete è patimento,
ma ho avuto la rugiada!

Il Caspio ha il suo regno di sabbia
e l’altro suo regno di mare.

Senza il tributo sterile,

non ci sarebbe Caspio.

Emily Dickinson nella versione di Marisa Bulgheroni

ascolta l'allegro dal Quartetto per flauto KV 285b
di Wolgang Amadeus Mozart


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categorie: musica, poesia, arte
martedì, 27 novembre 2007

LAURA BATTIFERRA
DEGLI AMMANNATI

battiferra























                                     ritratto opera di Agnolo Bronzino


Piango e rido; or m'arrosso, or mi scoloro;
Or vo cara a me stessa, or vile; or giaccio
In terra, or sovra 'l ciel poggiando volo.
Talor quel ch'io vorre; disvoglio e scaccio,
Me stessa affliggo e me stessa consolo:
In tale stato ognor vivendo moro.

Laura Battiferra degli Ammannati (1523-1589)



ascolta una composizione per liuto di John Dowland (1563-1626)
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categorie: musica, poesia, arte
sabato, 10 novembre 2007

GHERARDO
DELLE NOTTI

delle notti

Amo molto questo S. Sebastiano del pittore olandese Gerard van Honthorst (nato ad Utrecht nel 1590) noto anche come Gherardo delle Notti per i suoi struggenti notturni dove la luce di una candela governava lo spazio.Il quadro è conservato a Londra nella National Gallery. Gerard frequentò la scuola di Abraham Bloemaert; nel 1610 si recò a Roma dove fu colpito dalle opere del Caravaggio(del quale aveva anticipato alcuni incredibili effetti di luce), di Guido Reni, del Bassano.Nel 1614 rientrò ad Utrecht. In seguito si recò a Londra ed a L'Aia per poi tornare nella sua città ove morì nel 1656.Perchè amo questo piccolo quadro (101 x 117 cm.)? Gherardo delle Notti rappresenta un S. Sebastiano completamente diverso da tutte le iconografie; non troviamo il Santo sensualmente arrovesciato con lo sguardo verso il cielo (come nelle opere di Luca Signorelli, Girolamo Genga, Andrea Mantegna)né lo troviamo quasi sprezzante verso i suoi carnefici che guarda in modo compassionevole (come in Hans Holbein, Botticelli, Antonello da Messina) né lo troviamo in concreto assente dalla rappresentazione come se nulla lo interessi (neanche il suo dolore) come nei quadri del Ghirlandaio o di Cima di Conegliano; qui lo vediamo seduto che guarda verso se stesso con il capo arrendevolmente reclinato. Vero uomo di carne che ha ricevuto gli strali (non vediamo gli arcieri) della vita, dell’amore, d’infiniti accadimenti. Quattro frecce: due lo attraversano, due rimangono nel suo corpo. Dai rigagnoli di sangue (non copioso, il pittore non vuole una scena pulp) forse le prime due frecce lo hanno colpito nella gamba destra e nel braccio sinistro (il braccio che tiene l’arco).Dalla gamba il sangue cola come un toro matado. La terza freccia è dritta nel cuore precisa come la mira di un sagittario che ha scagliato anche la quarta (il punto di fuga le unisce) e questa volta lo colpisce sotto l’ombelico (più sotto c’è solo il perizoma).S. Sebastiano non è morto (non morirà colpito dai dardi secondo quanto ci racconta Iacopo da Varagine) il viso non è neanche sofferente pare intento a respirare profondamente, a cercare di capire il senso profondo dell’essere lì, di come fare adesso che le frecce sono partite ed hanno cambiato la sua vita. Quando le dita si aprono e parte la freccia non possiamo far nulla per opporci, non serve neanche fuggire: è il destino,è la vita.

                                                                                           Fabio

 



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categorie: testi, arte