vivere quella personale dimensione in cui la forma è vuoto e il vuoto è forma


wakaruru ya
Jacopo Tintoretto "Origine della Via Lattea", 1564



La chiesetta di S. Lucia è situata sull’omonimo colle a nord dell’abitato di Fondo in Val di Non. Sulla cima del colle si ergeva un castello sorto nel 1271 ad opera di Mainardo II del Tirolo . Sul sito del castello sorse la chiesetta .Il perimetro della chiesa più antica è rilevabile dagli otto affreschi, dedicati alla vita della Santa siciliana.Nel 1982 opere di restauro conservativo hanno interessato tutta la struttura muraria e la copertura; in quella occasione all’esterno del perimetro furono rinvenuti scheletri risalenti al periodo delle pestilenze che devastarono il Trentino tra il XIV ed il XVI secolo. Si rimane colpiti dalle otto scene del ciclo di S. Lucia secondo quanto scrive Jacopo da Varagine nella sua “Legenda Aurea” scritta verso il 1260:
- La visita di Eutichia ,madre di S. Lucia, alla tomba di S. Agata a Catania.
- Il sogno di S. Lucia.
- S. Lucia viene condotta da Pascasio, governatore di Siracusa, che l’accusa.
- Supplizio di S. Lucia : trascinata da una coppia di buoi.
- Supplizio di S. Lucia : legata a due alberi con un fuoco acceso sotto i piedi.
- Supplizio di S. Lucia : pugnalata alla gola.
- Comunione e sepoltura di S. Lucia.
- La punizione del tiranno Pascasio per decapitazione.
Sulla cornice inferiore del primo quadro era possibile leggere la data del 1356 checi dà un punto fermo nella storia della chiesetta.Riguardo l’autore di questo ciclo affrescato vi sono due tesi: la prima che l’autore sia un artista della scuola di Bressanone noto come “maestro dello scorpione” che operò all’inizio del 1400. Ciò è stato dedotto dalla presunta firma del pittore, appunto uno scorpione, su di uno stendardo nell’ultimo quadro del ciclo di S. Lucia. L’altra tesi data gli affreschi intorno al 1376 e li attribuisce all’autore della Madonna Castelbarco situata all’interno della Chiesa dei Domenicani a Bolzano, pittore di scuola veronese. Un artista influenzato da Giotto della Cappella Scrovegni di Padova facente parte di quel folto gruppo di artisti che tra il 1320 ed il 1360 si spostò dal Veneto fino in Tirolo.






Seicento fiorentino

coll.ferro3,anno 1697
" Peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto: in largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori della sua patria; in modo stretto non s'intende peregrino se non chi va verso la casa di Sa' Iacopo o riede. E' però da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio de l’Altissimo: chiamasi palmieri in quanto vanno oltremare, la onde molte volte recano la palma; chiamansi peregrini in quanto vanno a la casa di Galizia, però che la sepoltura di Sa' Iacopo fue più lontana della sua patria che d'alcuno altro apostolo; chiamansi romei quanti vanno a Roma".

Francisco de Zurbarán

L’opera di questa sera piovosa è stata dipinta nel 1628 da Francisco de Zurbarán pittore nato nel 1598 vicino Badajoz, figlio di un commerciante basco.
E’ un olio su tela di dimensioni 120 X 103 cm ed è conservato ad Hartford , Connecticut nel Wadsworth Atheneum.
Amo particolarmente questo autore capace di giocare e sottomettere la luce fino a trasformarla in un’entità autonoma vera protagonista di opere quasi irreali permeate di contrasti, squarci luminosi, tagli drammatici, bianchi accecanti e gialli squillanti in composizioni ricche di movimenti, di gesti inquieti, di posture vibranti e quasi sospese come in un fra-mondo.
Dopo un apprendistato a Siviglia inizia nel 1616 (quindi a diciotto anni) con le prime opere di carattere religioso. Dopo alcuni decenni di lavori in tutta la Spagna, Zurbarán nel 1640 entra in una vera crisi esistenziale causata probabilmente da ragioni interiori unite all’ingresso clamoroso nella scena artistica spagnola del Murillo. La crisi si riflette nelle sue opere che si fanno scarse e meno autonome intellettualmente. Nel 1658 è alla corte di Madrid aiutato dal Velásquez ma ciò non contribuisce a farlo uscire dal suo isolamento. Isolato come le sue opere che paiono sempre più irraggiungibili e fortemente simboliche, lontane da facili applausi. Muore a Madrid nel 1664.
Il quadro raffigura San Serapione che fu Vescovo di Thmuis, città del basso Egitto, tra il 340 ed il 356 d.C.
Come quasi tutti i Santi ne abbiamo scarse notizie: era un monaco educato nella scuola di S .Antonio abate . Sotto le persecuzioni dei romani fu sottoposto ad una serie di supplizi ; alla fine gli furono spezzate tutte le giunture per essere poi fatto precipitare dal piano alto della sua casa. Fin qui una storia comune a tanti Santi. Tra le altre cose San Serapione è praticamente sconosciuto in Oriente mentre il suo culto fiorì in Occidente dopo che Floro lo inserì nel suo Martirologio assieme a tutti i Martiri di Alessandria d’Egitto.
Zurbarán , evitando una situazione “pulp”evita qualsiasi riferimento palese al martirio e non ne raffigura le membra spezzate od il corpo violato dall’impatto al suolo.
Il nome del Santo è semplicemente scritto a destra su un piccolo foglietto accartocciato ed attaccato con uno spillo da entomologo nello scuro dello sfondo drammaticamente omogeneo. In alto, dagli angoli, pendono le corde che con nodi alla marinara legano le mani del Santo. Le membra spezzate sono intuite mirabilmente dal corpo che si lascia andare sotto il suo peso; il capo mollemente reclinato sulla destra sembra quello di un uomo dormiente o meglio che ha visto nel sonno la via d’uscita al dolore delle fratture.
Non un segno, un’ecchimosi, un taglio è visibile; tutto è sotto la tunica bianca, vero sudario che tutto nasconde ma che anche tutto dolorosamente contiene. Su tutto una sensazione di destino, di ineluttabilità della vita,di un ritorno al grembo materno con le braccia che paiono circoscrivere un ‘ellisse, vera icona barocca.
Ancora una volta la figura geometrica dai due fuochi diventa simbolo potente di reiterati passaggi tra santità ed umanità senza che il movimento finisca mai in una ricerca tormentata di equilibrio.
L'HAIKU DEL BERNINI

(2 sms domenicali)
Sono eccessiva.
Sono solenne.
Sono adorante.
Sono barocca e nello stesso tempo minimalista.
Sono un haiku scritto da Bernini.

E’ dal 1622, commissionato da Scipione Borghese , che il “Ratto di Proserpina”di Gian Lorenzo Bernini vive nel mito, che lui stesso rappresenta. E’ a Roma nella Galleria Borghese. "Plutone, dio degli Inferi, stanco delle tenebre del suo regno, decise un giorno di affiorare alla luce e vedere un po' di questo mondo..."così racconta Claudiano nel " De raptu Proserpinae". La storia è nota: la ninfa Proserpina, figlia di Giove e Cerere , è rapita daPlutone, Re degli Inferi. Cerere per il dolore abbandona i campi, che non danno più frutti, mentre le bestie muoiono. Giove trova un accordo con la mediazione di Mercurio. La figlia avrebbe trascorso nove mesi con la madre favorendo la fertilità dei campi, mentre durante l’inverno sarebbe rimasta con Plutone all’Inferno. Il ciclo delle stagioni, il mondo dei morti, la fecondità del corpo,la speranza in un eterno ritorno, luce e tenebre, maschio e femmina sono solo alcuni degli spunti di riflessione che vengono da questo dinamico gruppo scultoreo di straordinario virtuosismo tecnico. Ma torniamo ai due sms ricevuti. L’haiku giapponese è molto legato al succedersi delle stagioni e quindi funziona a livello di metaframe.

oi nureba
hi no nagai ni mo
namida kana
Più numerose le primavere
più i lunghi dì
recano lacrime e lamenti
(Kobayashi Issa)
Mentre viaggio per il mondo
si prepara la semina
andirivieni nelle risaie
(Matsuo Bashö)
Plutone con i muscoli tesi nello sforzo affonda ambedue le mani nei morbidi fianchi di Persefone: raffigurazione nella quale, se la vediamo estrapolata dall’insieme, non riusciamo a riconoscere un rapimento ma bensì un liberarsi di sensi in un amplesso.Ancora Claudiano:"Il dio dell?ade, in due falcate le fu addosso e l'abbracciò voracemente e via col dolce peso; la pose sul cocchio, invano ostacolato da una giovinetta, Ciane, compagna di Proserpina, che tentò di fermare i cavalli, chè il dio infuriato latrasformò in fonte. Ancora oggi Ciane, con i suoi papiri, porta le sue limpide acque a Siracusa. Eccco a seconda figura femminile la cui eco ascoltiamo lungo il fiume Anapo.Sempre Claudiano :"Giove inviò Mercurio da Plutone per imporgli di restituire Proserpina alla madre. A Plutone non restò che obbedire. Però, prima di farla partire, fece mangiare alla sua amata dei chicchi di melograno."
E’ vero che la sete è patimento,
ma ho avuto la rugiada!
Anna Lea Merrit, "Love locked out",1889
To lose thee - sweeter than to gain
All other hearts I knew.
‘Tis true the drought is destitute,
But then, I had the dew!
The Caspian has its realms of sand,
Its other realm of sea.
Without the sterile perquisite,
No Caspian could be.
Perdere te - più dolce che far mio
ogni altro cuore che abbia conosciuto.
E’ vero che la sete è patimento,
ma ho avuto la rugiada!
Il Caspio ha il suo regno di sabbia
e l’altro suo regno di mare.
Senza il tributo sterile,
non ci sarebbe Caspio.
Emily Dickinson nella versione di Marisa Bulgheroni
ascolta l'allegro dal Quartetto per flauto KV 285b
di Wolgang Amadeus Mozart

GHERARDO
DELLE NOTTI
Amo molto questo S. Sebastiano del pittore olandese Gerard van Honthorst (nato ad Utrecht nel 1590) noto anche come Gherardo delle Notti per i suoi struggenti notturni dove la luce di una candela governava lo spazio.Il quadro è conservato a Londra nella National Gallery. Gerard frequentò la scuola di Abraham Bloemaert; nel 1610 si recò a Roma dove fu colpito dalle opere del Caravaggio(del quale aveva anticipato alcuni incredibili effetti di luce), di Guido Reni, del Bassano.Nel 1614 rientrò ad Utrecht. In seguito si recò a Londra ed a L'Aia per poi tornare nella sua città ove morì nel 1656.Perchè amo questo piccolo quadro (101 x 117 cm.)? Gherardo delle Notti rappresenta un S. Sebastiano completamente diverso da tutte le iconografie; non troviamo il Santo sensualmente arrovesciato con lo sguardo verso il cielo (come nelle opere di Luca Signorelli, Girolamo Genga, Andrea Mantegna)né lo troviamo quasi sprezzante verso i suoi carnefici che guarda in modo compassionevole (come in Hans Holbein, Botticelli, Antonello da Messina) né lo troviamo in concreto assente dalla rappresentazione come se nulla lo interessi (neanche il suo dolore) come nei quadri del Ghirlandaio o di Cima di Conegliano; qui lo vediamo seduto che guarda verso se stesso con il capo arrendevolmente reclinato. Vero uomo di carne che ha ricevuto gli strali (non vediamo gli arcieri) della vita, dell’amore, d’infiniti accadimenti. Quattro frecce: due lo attraversano, due rimangono nel suo corpo. Dai rigagnoli di sangue (non copioso, il pittore non vuole una scena pulp) forse le prime due frecce lo hanno colpito nella gamba destra e nel braccio sinistro (il braccio che tiene l’arco).Dalla gamba il sangue cola come un toro matado. La terza freccia è dritta nel cuore precisa come la mira di un sagittario che ha scagliato anche la quarta (il punto di fuga le unisce) e questa volta lo colpisce sotto l’ombelico (più sotto c’è solo il perizoma).S. Sebastiano non è morto (non morirà colpito dai dardi secondo quanto ci racconta Iacopo da Varagine) il viso non è neanche sofferente pare intento a respirare profondamente, a cercare di capire il senso profondo dell’essere lì, di come fare adesso che le frecce sono partite ed hanno cambiato la sua vita. Quando le dita si aprono e parte la freccia non possiamo far nulla per opporci, non serve neanche fuggire: è il destino,è la vita.
Fabio